La rivoluzione liberale che gli italiani hanno voluto e che ora dobbiamo fare

La rivoluzione liberale che gli italiani hanno voluto e che ora dobbiamo fare

Quello che Javier Milei sta facendo oggi in Argentina è la versione senza compromessi, gridata e coraggiosa, di ciò che in Italia Silvio Berlusconi aveva promesso in doppio petto e con voce moderata trent’anni fa quando annunciò la sua discesa in campo.

Gli italiani quella rivoluzione liberale la vollero davvero, ci credettero, la sostennero per anni nella speranza che qualcuno spezzasse il giogo di uno Stato invadente, rapace e inefficiente. Ma quella rivoluzione non partì mai, rimase ferma ai proclami, intrappolata nei veti, nei compromessi, nella paura di sfidare davvero il sistema.
Gli italiani non sono un popolo di statalisti, non sono geneticamente assistiti, non sono irriformabili. Chi pensa questo fa un grave errore, giustificando i partiti esistenti ed i loro fallimenti.
Gli italiani hanno creduto nella libertà, l’hanno voluta e la vogliono ancora. Quella fiducia non è morta, è solo soffocata da un apparato mastodontico che vive di tasse, burocrazia, nomine e potere. Un apparato che unisce destra e sinistra nel medesimo obiettivo: mantenere intatto il meccanismo che li nutre e li protegge. Le leggi elettorali, le regole sui rimborsi, le soglie di accesso, tutto serve a bloccare la nascita di nuove forze politiche, a impedire che un’idea diversa, autenticamente liberale, possa arrivare al voto degli italiani. È una rete costruita per difendere se stessa.

Quando Berlusconi tentò di toccare il cuore del sistema, la previdenza, i sindacati di regime e la sinistra organizzata gli scatenarono contro piazze, televisioni e magistrature. Eppure quegli stessi sindacati hanno poi taciuto di fronte ai governi che hanno massacrato il lavoro e le imprese. La verità è che in Italia la libertà economica fa paura, perché la libertà toglie potere a chi vive di rendita politica. Berlusconi subì una persecuzione giudiziaria lunga e feroce, con accuse infondate poi smontate dalla Cassazione. Ma non ebbe mai il coraggio di rompere davvero. Scelse come ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il simbolo dell’antiliberismo travestito da riformismo, l’uomo che piaceva alla sinistra e alla destra sociale perché rassicurava il sistema, non lo minacciava. E così la rivoluzione liberale si spense prima ancora di cominciare, nonostante il grande sostegno degli italiani.

Eppure la domanda di libertà resta viva. In milioni di italiani, stanchi di tasse, controlli, burocrazia e menzogne, quella fiamma arde ancora. L’Italia è piena di cittadini che non votano più non perché disinteressati, ma perché delusi. È la maggioranza silenziosa che non si riconosce più nei partiti, nei loro slogan finti, nella retorica del “ce lo chiede l’Europa”, nelle manovre di Palazzo che ogni anno aumentano la spesa pubblica e le tasse chiamandole riforme. È questa maggioranza che può accendersi se qualcuno le parla di libertà vera, di responsabilità, di meritocrazia, di Stato leggero e di tasse giuste. È questa maggioranza che un giorno si solleverà, proprio come è successo in Argentina, dove il popolo ha trovato un uomo disposto a dire ciò che tutti pensavano ma nessuno osava pronunciare.

Un Milei italiano vincerebbe, e vincerebbe in modo travolgente come vinse Berlusconi nel ‘94.
Porterebbe al voto milioni di cittadini oggi invisibili, toglierebbe consenso a chi ancora si aggrappa alle vecchie bandiere del parassitismo politico. Ecco perché il sistema farà di tutto per impedirlo. Cercheranno di rendere invisibili i Liberisti Italiani, di oscurarli, di censurarli, di fingere che non esistano. Lo faranno con il silenzio dei media, con le regole, con i cavilli, con le esclusioni formali. Ma non potranno fermare un’idea il cui tempo è arrivato.

La libertà è contagiosa. Il coraggio di Milei ha scosso un continente, ma anche le coscienze di noi tutti.
È la prova che non esistono popoli inadatti alla libertà, ma solo popoli abituati alla paura. E noi non vogliamo più avere paura. Non vogliamo più vivere da sudditi in un Paese che tratta chi lavora come un colpevole e chi vive di sussidi come un eroe. Vogliamo liberare l’Italia dal peso dello Stato, restituire dignità al merito, forza all’impresa, orgoglio a chi produce. Vogliamo che la politica torni a essere mero servizio, non professione a vita, e che le tasse tornino a essere uno strumento minimo, non una condanna.

È il momento di andare avanti, di non arretrare, di non lasciarsi intimidire. Ogni liberale, ogni libertario, ogni italiano che crede nella proprietà privata, nella libera impresa e nella responsabilità individuale – in una parola nel liberismo – deve capire che questa è la battaglia decisiva. Non si tratta solo di economia, ma di dignità. Non si tratta di numeri, ma di principi. La libertà non è un favore che lo Stato concede, è un diritto naturale che nessun governo può togliere. E se qualcuno ha il coraggio di rimetterla al centro del discorso pubblico, come sta facendo Milei, allora può nascere davvero un nuovo inizio.

In Italia quel seme c’è, si chiama Liberisti Italiani, e deve germogliare.
Nonostante il silenzio, nonostante gli ostacoli, nonostante tutto.
Perché il futuro appartiene a chi ha il coraggio di non mollare mai.

Condividi