La nostra riflessione sull’operazione speciale degli USA in Venezuela, la destituzione e l’arresto di Maduro

La nostra riflessione sull’operazione speciale degli USA in Venezuela, la destituzione e l’arresto di Maduro

La fine di un tiranno va sempre festeggiata e la rimozione di Nicolás Maduro non provoca alcuna indignazione morale.

Un regime predatorio e violento è stato colpito, e questo toglie un peso reale al popolo venezuelano.

Maduro era un tiranno, successore di un precedente tiranno, e non meritava alcuna legittimazione.

Nondimeno, le cosiddette “azioni militari speciali” non rappresentano un’evoluzione del genere umano verso la libertà, ma un arretramento verso una logica pre-liberale: la legge dello Stato più forte, certo in questo caso non vi è dubbio che sia stato destituito un autocrate violento, che ha portato il suo paese nella miseria, autoproclamatosi presidente a seguito di elezioni non riconosciute da una larga parte della comunità internazionale.

Chi riduce tutto a “celebrare o tradire” ragiona come uno statalista emotivo.
Così come chi invoca le regole solo quando servono a proteggere i propri amici.

Il Venezuela è uno degli Stati con le maggiori risorse energetiche e minerarie del mondo. Ed è lo stesso governo americano ad ammettere che il controllo di quelle risorse – che rimangono essenziali nonostante le ecofollie – è parte integrante dell’operazione.

Che oggi a incidere su quelle risorse siano gli Stati Uniti, e non la Cina, può apparire, geopoliticamente, un male minore – e sicuramente lo è.

Ma il liberalismo non procede per preferenze imperiali.

Un’azione militare unilaterale, giustificata ex post come “operazione anti-droga”, condotta senza chiari limiti istituzionali e funzionale anche al controllo di risorse strategiche, può produrre un esito auspicabile oggi, ma un esempio pericoloso domani. Non rappresenta certo un modello ideale.

Per Hayek, il potere che si espande in nome dell’emergenza non rientra spontaneamente nei ranghi.

Per Mises, lo Stato che interviene fuori dal diritto non crea ordine, ma arbitrio.

Per Rothbard, la guerra è sempre il momento in cui lo Stato sospende i limiti che diceva di dover rispettare.

Difendere questo principio non significa equiparare Maduro a Taiwan, giustificare Russia o Cina, né rimpiangere il regime abbattuto.

Significa affermare che la libertà non procede dall’arbitrio, nemmeno quando l’arbitrio colpisce un tiranno.

Chi è coerentemente libertario può respingere ogni intervento statale ed è una posizione nobile e rispettabile.

Chi è liberale può andare oltre, ma non può rinunciare alla critica del metodo, sulla base delle conseguenze.

Occorre quindi guardare al prosieguo politico ancora incerto del Venezuela, non dal lato dei moralisti impotenti, amici degli autocrati e dei tiranni, né tantomeno da quello dei tifosi dell’onnipotenza.

La libertà avanzerá solo se saranno ripristinate le regole che limitano il potere degli Stati, anche dopo la vittoria.

Occorre che il Venezuela si doti di una nuova Costituzione ispirata a quella degli Stati Uniti d’America, che garantisca senza ambiguità la libertà di parola e il diritto di detenere e portare armi come strumenti reali di autodifesa dei cittadini contro ogni futura deriva autoritaria.

Nell’auspicio che non si passi da un socialismo fallito a un nuovo regime di dipendenza politica, stavolta dall’America.

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